Popoli e frontiere

Cosa divide due popoli? Può davvero una riga tracciata su di una mappa separare due culture? No, certo. E che le linee di confine soprattutto se artificiali, ed il caso più eclatante è quello di tanti stati africani, non siano che un artificio amministrativo appare lampante. Le frontiere sono invece vitali, in continuo movimento, instabili, delle vere e proprie realtà a sé stanti, mutabili come lo sono gli avvenimenti storici, come lo sono i rapporti tra le diverse società.

E proprio alle caratteristiche peculiari della frontiera è dedicata un libro classico, apparso in Italia nel 1970 ma scritto una decina di anni prima dallo studioso americano Owen Lattimore, grande esperto, in prima persona, di Cina, Asia Centrale e Mongolia. Ne La frontiera sono raccolti diversi studi e interventi che l’autore ha dedicato al tema della frontiera e dei popoli che la abitano. Il fatto che sia una raccolta di diversi testi, e perdipiù composti nell’arco di trent’anni, rende a volte la lettura un pò ripetitiva, ma permette anche di osservare le evoluzioni del pensiero dell’autore sul tema.

Lattimore fa un grande lavoro di ricerca sul campo in continua analisi, mostrando come molte verità storiche siano ritenute tali solo in quanto ritenute valide a priori. Come nel caso della Grande Muraglia cinese della quale l’autore rileva la pressoché totale inutilità ai fini difensivi, e proprio la frontiera tra la Cina sedentaria ed i popoli nomadi è al centro di tanta parte del libro. Lattimore spiega nel dettaglio l’equilibrio assolutamente mutevole, a seconda delle circostanze, tra popolazioni dalla cultura così diversa. In base alla forza del potere centrale popolazioni nomadi sono attirate verso la Cina sviluppando capacità agricole, mentre al contrario se il potere imperiale risulta debole e non fa presa sui territori di frontiera sono i sedentari cinesi a sviluppare doti nomadiche unendosi agli allevatori ed ai pastori nomadi.

La storia è costellata di situazioni in un cui un impero cerca di accordarsi con popolazioni che la minacciano facendole diventare guardiane della frontiera. E l’impero cinese non fu da meno, stipulando veri e propri trattati con i “barbari”, travestendoli da tributi e omaggi. Proprio la superiorità dei cinesi nei confronti delle popolazioni nomadi è un altro dei miti che Lattimore si premura di mandare in frantumi. Lo studioso infatti mostra come il concetto di superiorità prescinda, errando, da quelle che sono le condizioni abientali oggettive in cui può svilupparsi una civiltà. Una eccessiva lontananza dai mercati ad esempio non può permettere lo sviluppo agricolo, almeno fino a quella vera e propria rivoluzione avvenuta nelle steppe centroasiatiche: l’introduzione delle ferrovie.

Leggendo le pagine di Lattimore si comprende molto della realtà attuale. Quelle dedicate alle colonizzazione della Manciuria sono magistrali, mentre quelle in cui si parla della marcia cinese verso il suo “far west” rimandano direttamente alla cronaca dello Xinjiang odierno. Le analisi contenute nel volume sono incredibilmente lungimiranti – va ricordato che risalgono ad oltre un cinquantennio fa – anche per quanto riguarda i rapporti tra Cina e Russia in Asia Centrale o gli sviluppi della nazione mongola. Molti degli interventi sono vibranti della passione di Lattimore per il soggetto, ma soprattutto rendono l’idea della vita di quelle popolazioni che vivono a cavallo di una frontiera, in un continuo incontro-scontro. Come quello con il quale il continente europeo dovrà sempre più fare i conti, ora che con le frontiere sembrano contare sempre meno nello spostamento dei popoli, ponendo gli stessi problemi di rapporto con il diverso già affrontati nei luoghi descritti da Lattimore, secoli e secoli fa.

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