Uzbekistan: la salvaguardia di un regime autocratico

Scritto per Asia blog

Il problema del mancato rispetto dei diritti umani e civili in Asia Centrale è una questione da tempo sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale. La costruzione di identità nazionali dopo il dissolvimento dell’URSS, in un complesso contesto multietnico, ha di fatto danneggiato determinati gruppi sociali. Ma in Uzbekistan si stanno raggiungendo livelli di ingiustizia notevoli, anche per l’Asia Centrale.

Il regime di Islam Karimov, autocrate al potere sin dalla proclamazione dell’indipendenza uzbeka, avvenuta nel 1990, sta sempre più serrando le fila contro oppositori e gruppi sociali non graditi. Oltre al citato processo identitario, che ha portato alla scomparsa della lingua tagika da Samarcanda, vi sono altre cause a cui poter fare risalire questo vero e proprio attacco ai diritti dei cittadini uzbeki. Sembra ormai giunto il tempo per il regime uzbeko di affrontare il problema della successione a Karimov, quasi ottantenne, in un paese non democratico dove le elezioni non sono altro che una celebrazione del potere. Un cambio di redini non normato ai vertici dell’Uzbekistan, rischierebbe infatti di gettare il paese nel caos.

E la destabilizzazione sembra essere il grande spettro che incombe su Tashkent, con un Movimento Islamico Uzbeko ormai trasferitosi in Afghanistan dopo le sconfitte subite in Uzbekistan, ma pronto a riorganizzarsi ed esportare il verbo fondamentalista in Asia Centrale. In particolare la Valle di Fergana , già carica di tensioni etniche tra uzbeki, tagiki e kirghisi, rischia di essere per il governo uzbeko una vera e propria minaccia, da reprimere duramente, se necessario, come avvenuto nel 2005 in occasione del massacro di Andijian. L’esigenza di controllo ha portato Karimov a rivedere recentemente la legge sulla concessione della cittadinanza uzbeka, rendendo più complicate le modalità di registrazione, con l’incredibile risultato di escludere  un’intera categoria sociale come quella degli orfani, impossibilitati ad avere una residenza e quindi possedere una casa. La nuova legge inoltre limita fortemente la mobilità interna dei cittadini uzbeki.

In Uzbekistan è in corso anche un giro di vite nei confronti degli oppositori politici e delle loro famiglie. Le autorità uzbeke non si fanno infatti problemi a far ricadere sui padri le colpe dei figli, come nel caso di Hasan Choriyev, settantunenne padre di Bakhodir Choriyev, leader in esilio del movimento Birdamlik (solidarietà), che chiama il popolo uzbeko alla rivolta non violenta contro l’attuale regime. Il padre dell’oppositore politico è stato infatti condannato a cinque anni e mezzo di carcere, per essere stato dichiarato colpevole dello stupro di una ragazza di 19 anni. Di violenza sessuale è stato condannato anche Fakhriddin Tillayev, a capo di Erk, il primo partito di opposizione (democratica) registrato nella storia politica uzbeka. Non sembra fuori luogo sottolineare l’ironia diabolica per cui un paese come l’Uzbekistan, internazionalmente riconosciuto come non rispettoso dei diritti più elementari dei suoi cittadini, usi contro i suoi oppositori un’accusa alla quale proprio l’opinione pubblica internazionale risulta essere molto sensibile.

Ma le storie di ingiustizia sono molte, come quella di Turaboy Jurayev, attivista dei diritti umani condannato a cinque anni di prigione per estorsione e frode, nonostante diverse testimonianze provassero la sua innocenza, oppure quella di Nadejda Atayeva, condannata in absentia, vivendo lei in Francia, condannata a sette anni di carcere per appropriazione indebita. Quella della Atayeva è una storia di opposizione alle autorità che coinvolge tutta la famiglia, e che comincia nel 1999 quando il padre, Alim Atayev, rifiuta di falsificare i rapporti sulla produzione di grano. Sembra quindi che il regime uzbeko stia cercando di costruire una società la più omogenea possibile, priva di voci dissonanti, ed in questo quadro rientrerebbe anche la recente legislazione che criminalizza gli accattoni e gli uzbeki emigrati all’estero in cerca di fortuna.

L’Uzbekistan sta tentando di diventare un attore centroasiatico di primo piano, ponendosi in diretta concorrenza con il Kazakistan, con il possibile aiuto occidentale, in particolare americano. Il voltare le spalle a Mosca da parte di Tashkent potrebbe avere tra le contropartite il silenzio sul non rispetto dei diritti umani e civili nel paese, cosa che comunque sembra avere frenato meno i rapporti commerciali con l’Uzbekistan di quanto abbia fatto il fenomeno della corruzione endemica. Viene inoltre da pensare a come, e se, i movimenti di opposizione uzbeki possano farcela da soli, senza il sostegno di forze esterne interessate, che potrebbero arrivare a creare forti tensioni interne. Se da un lato si teme la destabilizzazione che potrebbero portare forze come il Movimento Islamico Uzbeko, dall’altro va detto che Bakhodir Choriyev, dagli USA, ha già lanciato l’appello per una “rivoluzione di velluto”.

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