La Rivoluzione Culturale non è un pranzo di gala

+colectivismo29

Elogio del collettivismo

La trilogia dei re è un libro che risente fortemente della biografia del suo autore, Acheng, senza conoscere la quale si perderebbero molte sfumature. Così come si perde comunque uno degli elementi dello scrivere di Acheng che l’hanno reso famoso in patria: il tono con cui racconta le sue storie. Ma leggere questo autore resta un’interessante esperienza in quanto parla della Cina maoista dal suo interno, senza i toni polemici della critica politica, lasciando che le sue storie parlino da sole.

Acheng, figlio di un importante critico cinematrografico, visse la Rivoluzione Culturale come tanti altri studenti, ossia finendo nelle campagne a fare lavori manuali “utili”, per finire poi, una volta tornato a Pechino, ad animare l’avanguardia letteraria cinese. Infine nel 1987 si trasferisce a Los Angeles. Come lo stesso autore racconta, nell’introduzione al volume, la Rivoluzione Culturale significò un periodo di circa dieci anni in cui in Cina gli scrittori non venivano pubblicati, cosa che influenzerà il modo di scrivere di Acheng. Lo scrittore racconta inoltre diversi aneddoti in cui durante la sua esperienza nelle campagne scriveva ovunque, su foglietti sparsi che poi perdeva.

Leggendo la nota per l’edizione italiana si rimane colpiti dal fatto che parli di una Cina che si fa fatica a riconoscere, pur essendo stata scritta solo nel 1990, poco più di venti anni fa. Acheng parla di una Cina dove non esiste una classe media e dove la cultura occidentale non è diffusa, cosa che sembra impossibile pensando alla Shangai odierna, solo per citare il caso più eclatante, o la crescita economica cinese con il suo boom proprio della classe media. E tutto il libro rimanda ad una Cina contadina e povera, al centro dei tre racconti scritti durante la Rivoluzione Cultrurale ma pubblicati negli anni ’80, un periodo di vera e propria frenesia nel panorama editoriale cinese.

Pur con toni differenti il filo conduttore dei racconti è il rapporto tra l’individuo e la collettività, tema assolutamente centrale nella costruzione di una società comunista. I bisogni e le peculiarità individuali devono essere subordinate ai doveri comuni? Essere sé stessi oppure fondersi nel concetto, tanto astratto quanto reale, di popolo? Questioni di primissimo piano nell’osservanza dell’ideologia comunista, tanto che un preteso eccesso di egoismo poteva portare a condanne per “deviazionismo individualista borghese”. Come detto i tre brevi racconti non hanno lo stesso tono, il primo ad essere stato scritto, Il re degli alberi, ha una carica di entusiasmo giovanile, facendo trasparire le emozioni, la forza, ma anche i dubbi, di giovani studenti mandati in campagna a farsi adulti, calati in una realtà totalmente aliena che nemmeno capiscono.

Qui si svolge il grande tema comunista, e non solo, della lotta dell’uomo per piegare la natura ai suoi voleri. Un delirio di onnipotenza prometeica che vuol piegare l’esistente per sottometterlo ai bisogni dell’uomo, ma che, come la Storia ha dimostrato, ha finito per distruggere gli equlibri naturali esistenti fino a quel momento. In questo racconto il vero protagonista è un albero, che esiste da sempre, ma che un giovane istruito (in Acheng l’istruzione non ha mai un’accezione totalmente positiva) decide di abbattere come da direttive ricevute, nonostante la popolazione locale sebbene non dichiarandolo apertamente ha sempre evitato di tagliare quell’albero imponente, e ritenuto sacro. Da questo racconto emerge proprio questo, vale a dire la disumanità dell’uomo posseduto dalla ragione scientifica, una volta rimossa l’esistenza di qualcosa di superiore o comunque allontanatosi dalla tradizione.

Gli altri due racconti hanno un tono più dimesso, come se smarriti gli entusiasmi iniziali, maturando con l’esperienza, il protagonista abbia trovato una sua quotidianità nell’essere parte di un tutto preteso armonico, ma che si basa invece sull’assurdo (categoria tanto cara ad Acheng). Qui lo squarcio nel cielo di carta si fa più concreto e sociale. Nel secondo racconto, intitolato Il re dei bambini,  un maestro rifiuta di seguire le modalità di insegnamento richieste per insegnare agli alunni qualcosa che potrà davvero essere loro utile, compiendo un vero e prorpio reato di lesa maestà, ossia l’abbandono del libro di testo ufficiale. Assurdo che compare anche nel terzo racconto, Il re dgli scacchi, dove il gioco degli scacchi diventa la ricerca di ordine in una società totalmente sottosopra, un modo per restare fedeli alle proprie tradizioni nonostante tutto e tutti, assumendo atteggiamenti che potrebbero essere definiti controrivoluzionari.

Il libro viaggia quindi su un doppio registro, da un lato un livello non detto ma presente, quello dello sforzo rivoluzionario che tutto sovrasta, qull’atea mistica meccanica così ben raccontata in un album musicale, Tabula Rasa Elettrificata del gruppo C.S.I (sebbene riferito alla Mongolia) e dall’altro la dimensione quotidiana, banale, dove non ci sono gli eroi del socialismo ma ci sono le persone, con i loro pregi ed i loro difetti, le loro manie e le loro aspirazioni. E dove le figure degli uomini di partito che escono dalle pagine di Acheng sono assolutamente umane, rivoluzionarie quasi loro malgrado, a differenza del giovane istruito privo di esperienza del primo racconto. Ma sotto la cenere cova una questione che forse non prevede risposte, ossia se in un momento rivoluzionario ci sia spazio per il libero arbitrio.

Fonte immagine: http://www.claseshistoria.com

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