Afghanistan: non se ne va nessuno, vince la politica del Gattopardo

Sembra davvero probabile che l’attesa per i cambiamenti afghani del 2014 vada delusa. È in fatti in corso un balletto di cifre e scenari che fa seriamente pensare che in Afghanistan non cambierà nulla, a parte il nome e la consistenza delle missioni militari, chiamarle di pace è davvero troppo ipocrita, che sono attualmente in essere sul suolo afghano. E che le cose restino come sono interessa a molti.

Il ritiro degli americani sarebbe infatti un problema per la Russia che si troverebbe a dover sorvegliare gli ottocento chilometri di confine afghano-tagiko, una rotta fondamentale del narcotraffico. Oltre alla droga dal confine afghano è ritenuto passi la minaccia fondamentalista, che potrebbe destabilizzare l’intera regione centroasiatica, almeno a quanto dicono le autorità. Forse le cose stanno  diversamente e per le casse di Mosca molto meglio che a sostenere i costi legati al controllo del confine siano gli Stati Uniti.

La lotta all’estremismo islamico è da decenni il cavallo di battaglia attraverso cui le autocrazie centroasiatiche fanno incetta di aiuti economici e tecnologici provenienti dall’estero, senza contare che quella di fondamentalismo è l’accusa con le quale vengono perseguite tutte le opposioni interne. La stessa Russia, tramite la STCO (Collective Security Treaty Organization), ha condotto diverse esercitazioni militari finalizzate proprio alla lotta al terrorismo,  e per estensione alle minacce eversive nei confronti dei regimi attualmente al potere.

Anche gli Stati Uniti hanno interesse a non perdere terreno in Afghanistan, nonostante le ristrettezze dei budget militari, essendo questo confinante con l’iran. E proprio il rapporto con l’Iran sembra essere la chiave di volta della presenza militare americana in Afghanistan, dato che un’evoluzione positiva dei rapporti d Washington con Teheran renderebbe meno giustificabili la presenza militare statunitense in Afghanistan. Un’Iran sempre più vicino alla Russia ed all’India e che tramite l’Afghanistan cerca di farsi attore regionale.

Ma una modifica dei rapporti americani con l’Iran significherebbe per gli USA perdere l’appoggio di tradizionali alleati come l’Arabia Saudita ed il Paskistan, senza considerare la Cina che proprio tramite Islamabad è presente nel teatro afghano. Una delle preoccupazioni di Pechino è quella di impedire all’India di accedere alle fonti energetiche centroasiatiche, tramite il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan–Pakistan–India pipeline). Proprio gli equlibri diplomatici tra Cina e India potrebbero assumere un grande peso e diventare il fuoco sul quale potrebbero gettare benzina altri attori interessati, come ad esempio gli Stati Uniti.

A proposito di rapporti in bilico non va dimenticato lo storico antagonismo tra Pakistan ed India, che proprio tramite l’Iran, ed il TAPI, potrebbe diluirsi, bagnando le polveri di una miccia sempre in agguato. Soprattutto dopo le ultime elezioni il Pakistan rischia di essere l’anello debole della catena, esportando instabilità. Islamabad, o meglio i suoi servizi segreti, hanno sempre visto nella possibilità di avere un regime amico in Afghanistan, come i Talebani, la possibilità di accerchiare l’India, arrivando a mandare gli studenti coranici a combattere per suo conto in Kashmir.

E quello con i Talebani è un altro grande nodo che gli USA dovranno sciogliere, come i recenti tentativi di intavolare trattative dimostrano. Ma se in passato gli americani si rivolgevano al Pakistan per giungere ai Talebani, oggi la situazione rischia di essere diametralmente opposta, con i Talebani possibile strumento (secondo la concezione americana) per influenzare la dirigenza pakistana, ma i Talebani non sembrano avere nessuna voglia di essere manovrati da Washington. La crescente convinzione americana che solo i Talebani possano unificare il paese rendendolo stabile, sta decisamente peggiorando i rapporti con il governo Karzai, che da Kabul inizia a guardare ai possibili alleati futuri dell’Afghanistan, Russia compresa.

Fare piena luce su tali intrecci risulta pressoché impossbile, ma in ogni caso sembra che un Afghanistan pacificato sarebbe comunque al centro degli stessi problemi geopolitici di un Afghanistan in guerra, come quello odieno. Molte potenze sembrano infatti avere nella regione interessi contrastanti sia che gli Stati Uniti restino sia che se ne vadano.

 

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/

http://articles.economictimes.indiatimes.com/2013-07-26/news/40814895_1_tapi-gas-pipeline-central-asian-gas-india-ltd

http://www.geopolitica-rivista.org/22758/gli-interessi-contesi-della-pacificazione-afghana/

http://www.eastasiaforum.org/2013/07/31/with-us-taliban-talks-in-stalemate-uncertainty-looms-in-afghanistan/

2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Ago 26, 2013 @ 14:07:35

    Non mi sembra che i Talebani potrebbero essere ben accetti nell’Hazarajat e nell’Afghanistan del nord tagiko, vedasi Panjshir.
    Non dimentichiamo che nel 1995-2001, i Talebani qui trovarono una resistenza accanita a cui risposero imponendo la peggior pashtuncrazia, sulle orme di Abur Rahman Khan, l’Emiro di Ferro (1880-1901).
    Oggi i Talebani hanno fatto ammenda degli errori passati, se aspirano davvero a riunificare l’Afghanistan?
    Quanta porzione di territorio effettivamente controllano, al di là del Pashtunistan?
    E gli Americani&company?

    Rispondi

    • londonpiotr
      Ago 26, 2013 @ 14:27:40

      L’unificazione afghana e’ un problema enorme. I Talebani, secondo gli americani, sono quelli che potrebbero unire il paese in parte maggiore di altri. Il Nord tagiko rimarrebbe sempre un nodo da risolvere, e riguardo alle sacche di resistenza queste sono deboli ed hanno sempre fallito. Diverso il caso in caso di elezioni in un Afghanistan democratico, ma il primo a non volerle e’ Karzai, sapendo che verrebbe spazzato via appena aperte le urne.

      Rispondi

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