A volte capita di leggere libri per poi scoprire, una volta arrivati alla fine, che ci si è allontanati dalle premesse iniziali. In fondo leggere è un po’ navigare tra gli incisi, partire da un porto sicuro per lasciarsi catturare dalle correnti del mare aperto dei rimandi. Questo è il caso di Seta e veleni, di Duilio Gianmaria, un libro che insegna una volta di più come la quarta di copertina sia una pessima invenzione, ed i riassunti sono un esercizio stilistico contronatura.

Già il sottotitolo, racconti dall’Asia Centrale, sembra abbastanza ingannevole visto che racconti non sono, nonostante così li chiami l’autore stesso. Il volume raccoglie le impressioni di tre viaggi in Asia Centrale effettuati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, viaggi fatti da Gianmaria in qualità di inviato RAI. E il tono del giornalista, e perdipiù d’inchiesta, si sente tutto, e non è un caso che per ognuna di queste spedizioni sia poi stato realizzato un reportage.

Il libro tocca temi importanti, anche se forse affrontati con urgenza troppo pressante di trovare un filo conduttore. Tuttavia, senza la fretta della produzione televisiva, i tre episodi narrati si incastrano benissimo in un quadro generale centroasiatico, andando a comporre un mosaico al quale forse l’autore nemmeno pensava. In sostanza la debolezza di questo libro è la presentazione, anche il rimando alla Via della Seta risulta una forzatura troppo televisiva fatta per attirare pubblico.

La tesi di fondo del libro è abbastanza semplice: a causa della guerra fredda in Unione Sovietica si compirono esperimenti nucleari, e si realizzarono armi chimiche dall’elevato potenziale distruttivo. Questo arsenale venne relegato in Asia Centrale, ossia in una regione non densamente popolata e dove la confomrazione del territorio permetteva un maggiore occultamento. Gli attentati dell’11 settembre hanno ricordato che le armi chimiche, e non solo, disperse in Asia Centrale potrebbero diventare una minaccia per l’umanità, a causa dell’instabilità dell’area successiva alla dissoluzione dell’URSS.

Questa tesi di fondo, così come il filo conduttore del libro, appare abbastanza semplicistica ed un po’ forzata (soprattutto l’episodio relativo all’11 settembre sembra inserito artificiosamente), ma inoltrandosi nella lettura viene spontaneto pensare alla grande assente: l’Unione Sovietica. Ci si trova infatti a riflettere sulla guerra fredda come estrema forma di equilibrio, dove la minaccia nucleare era garante di pace, forse. Una pace armata, certo, e dove scaramucce locali non erano assenti, ma tuttavia una situazione in cui i campi erano ben delineati, e dove Mosca era uno dei due poli di gravità intorno al quale si reggeva il mondo. Certo quello sovietico era un impero alquanto lacunoso, ma era una superpotenza, almeno fino alla sua implosione.

Oggi in Asia Centrale senza il ruolo di gendarme svolto da Mosca la situazione sembra essere precipitata tra odi etnici e infinite diatribe per confini non riconosciuti. L’Unione Sovietica aveva diviso le capacità produttive centroasiatiche in modo da mantenere un certo equilibrio, creando una situazione di (forzata) cooperazione, oggi tutto questo è crollato. Il Tagikistan è in perenne conflitto con l’Uzbekistan, che tenta di farsi potenza regionale entrando quindi in collisione con il Kazakistan, mentre il Kirghizistan, dopo aver provato a farsi occidentale per alleviare la mancanza di risorse, è in perenne lotta frontaliera con Uzbeksitan e Tagikistan. Discorso a parte per il Turkmenistan che sui giacimenti di gas ha costruito un rigido isolamento.

Senza voler affrontare il nodo afghano risulta tuttavia evidente l’importanza della presenza dell’impero russo nella regione, un ruolo se non pacificatore almeno stabilizzatore. E non sembra un caso che la Russia odierna stia tornando a farsi presente in Asia Centrale, ristabilendo un’area di influenza sempre più ritenuta fondamentale. Ma il mondo di oggi sembra decisamente più complesso rispetto agli anni in cui i muri crollarono. Finiremo col rimpiangere la guerra fredda?

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