Mar Cinese Meridionale: competizione o cooperazione?

Scritto per Asia Blog

Il recente meeting dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), tenutosi in Brunei, è stato caratterizzato dal clima di tensione tra Cina e Filippine. Ma le rivendicazioni territoriali che si concentrano nel Mar Cinese Meridionale, che coinvolgono anche Taiwan, Vietnam, Malesia e lo stesso Brunei, sono solo il lato più “mediatico” delle questioni aperte nell’area. Senza dimenticare il problema del riconoscimento dell’indipendenza di Taiwan, possiamo dire che quella in corso è una vera e propria crisi strutturale, dove Pechino può essere sia minaccia che risorsa.

Cina e Filippine si sono accusate reciprocamente di violare la Dichiarazione di Condotta, firmata nel 2002 tra le autorità cinesi ed i paesi membri ASEAN per trovare modi di coesistenza nel Mar Cinese Meridionale. E proprio la ricerca di regole condivise sembra essere la strada che dovrà essere intrapresa, e verso la quale spingono anche gli Stati Uniti. Proprio in questa direzione la Cina sembra incamminarsi, accettando di partecipare ad incontri comuni sulla questione. Il problema vero è in realtà un altro, ossia la debolezza dell’ASEAN come organizzazione regionale.

Il Mar Cinese Meridionale è sempre più un’area strategica, sia per le riserve di gas e petrolio, sia per le rotte commerciali tra nordest asiatico (Giappone, Corea, Cina, Taiwan) ed India, fino ad arrivare al Medio Oriente. Per gestire gli interessi di molti attori, serve un ASEAN forte, non disunito com’è allo stato attuale. Le opportunità fornite dalla regione esigono un organismo regolatore che si ponga come arbitro negli interessi contrastanti di paesi come la Cina, gli Stati Uniti, l’India ed anche l’Australia che sempre più si sta ritagliando un ruolo di mediatrice tra Usa e Cina. L’ASEAN invece sembra essere in balia dei rapporti tra i singoli membri e dominato dalla presidenza di turno, il che produce un diffuso senso di insicurezza tra paesi alle prese con dispute internazionali.

Le acque del Mar Cinese Meridionale stanno così assistendo ad un riarmo generale, dove le Filippine, spalleggiate da Giappone e Stati Uniti, tendono a  porsi come capofila del fronte anti-Cina. Manila ha addirittura riaperto le sue basi militari alle potenze straniere, dopo più di dieci anni dalla loro chiusura. Per contro in Cina si sta avendo un’ondata nazionalista contro il paese di Benigno Aquino III. Ma non è detto che l’esito debba essere per forza uno scontro, e lo stesso riarmo potrebbe essere solo una prova di forza, tanto che i paesi dell’area si stanno armando, secondo gli esperti, con flotte inadatte alla guerra navale per il dominio regionale.

La Cina non vuole un conflitto, ma vuole vedere riconosciuto il suo ruolo di potenza regionale, e per qesto Pechino ha duramente contestato un ricorso su questioni territoriali, fatto da Manila direttamente all’ONU. E certo, le autorità cinesi non vedono assolutamente bene esercitazioni congiunte di Filippine e Stati Uniti. Tuttavia i cinesi sanno benissimo che la stabilità del Mar Cinese Meridionale non può fare a meno di un rapporto di equilibrio con gli USA. Nessuna delle due potenze ha infatti le forze per essere potenza egemone nell’area. La Cina ha vicini troppo forti, a partire da India e Russia, e gli Stati Uniti non possono ignorare l’opposizione del gigante cinese. Un fronte avversario unito potrebbe inoltre chiudere la Cina nelle sue acque territoriali attraverso il blocco degli stretti.

Pechino sta in fondo facendo la stessa politica di Washington, ossia volere il riconoscimento del proprio predominio in un contesto regionale stabile. Un contesto dove anche gli Stati Uniti sanno che per motivi storici non potrà nascere qualcosa di simile alla NATO, e dove gli accordi bilaterali sono molto meno dispendiosi. Il rischio è che in una situazione di tutti contro tutti, dato che le contese territoriali non riguardano solo la Cina, la debolezza dell’ASEAN giochi un ruolo fondamentale. Un ASEAN solido potrebbe infatti mettere dei paletti a Pechino, fissando il limite delle concessioni ed intervenendo nel caso in cui la Cina dovesse volgersi verso un’egemonia anche culturale.

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