Le ombre del caso Ablyazov e le furbate italiane

Scritto per East Journal con Matteo Zola

La vicenda legata all’espulsione della moglie dell’oligarca kazako Ablyazov sta scuotendo la vita politica italiana, le responsabilità (gravi) non mancano e molti sono i torbidi. Farsi domande è il compito di chi fa informazione, le risposte spettano ad altri. Doveroso è mostrare quegli elementi che difficilmente possono essere derubricati a “coincidenze” senza però imbastire teoremi. Cosa sappiamo?

Il blitz e la pista israeliana

Sappiamo che Ablyazov era in fuga dopo che Londra gli aveva ritirato il passaporto (e la protezione) a causa dei reati fiscali di cui il “dissidente” kazako si è reso protagonista in Gran Bretagna. Secondo gli 007 italiani si trovava a Roma, a casa della moglie Alma Shalabayeva, almeno fino al 26 maggio. Il blitz della polizia è però del 28 maggio. Perché aspettare tanto? Sappiamo che gli uomini coinvolti nel blitz erano circa una cinquantina. Perché mobilitare forze così ingenti? Sappiamo, perché ce l’ha detto il senatore Luigi Manconi, che la villa di Casal Palocco dove dimoravano la moglie e la figlia di Ablyazov era sorvegliata da una compagnia di sicurezza italiana su incarico di una compagnia israeliana. Per conto di chi?

Il passaporto falso, anzi vero

Sappiamo che ad Alma Shalabayeva è stata contestata l’autenticità del passaporto diplomatico rilasciato dalla Repubblicana centrafricana e sappiamo che poi, tardivamente, è stato riconosciuto come vero. Quello dell’acquisto di passaporti diplomatici da diversi paesi africani è il classico segreto di Pulcinella, che nessun alto funzionario di polizia può ignorare. A meno che non lo si voglia ignorare…

Gli agenti segreti austriaci al servizio di Astana

Sappiamo che le due donne sono state imbarcate a Ciampino verso il Kazakhstan su un jet privato della compagnia austriaca Avcon, e sappiamo che nel 2009 in Austria scoppiò uno scandalo quando si scoprì che alcuni agenti segreti austriaci erano a libro paga del governo kazako. Una coincidenza?

Kazakhstan vuol dire gas

Sappiamo che una volta in Kazakhstan le due donne sono state trasferite ad Almaty dove hanno obbligo di dimora. Sappiamo che il Kazakhstan ha emesso un mandato di cattura internazionale per Ablyazov ma la Gran Bretagna no, a Londra lo cercano “solo” per reati fiscali mentre Astana lo accusa di corruzione. La cattura (mancata) di Ablyazov sarebbe stata dunque solo un favore al Kazakhstan. E perché mai fare favori a quel lontano regime centro-asiatico?

Sappiamo che dire Kazakistan vuol dire gas. Anzi, vuol dire giacimento di Kashagan, situato nella caldissima zona del Caspio. Giacimento in cui l’Italia, o meglio l’Eni, ha fortissimi interessi. Dopo la bocciatura del progetto europeo Nabucco (avvenuta circa un mese dopo il rimpatrio della Shalabayeva) il Caspio è diventato vitale sia per l’Europa che per il Kazakistan, forse unica via rimasta per cercare di scrollarsi di dosso il giogo energetico russo. Sappiamo che la stessa Eni è indagata dalla magistratura italiana per reati di corruzione avvenuti proprio in Kazakistan. Una coincidenza?

Rapporti energetici tra Kazakhstan e Gran Bretagna

Sappiamo anche che nel Caspio proprio a fine giugno si è svolta un’esercitazione navale congiunta tra Russia e Iran, e ci sembra superfluo dire che le esercitazioni militari non si fanno in posti a caso. Sappiamo anche che il 2 luglio scorso si sono avuti incontri diplomatici tra Kazakistan e Gran Bretagna mentre il 12 luglio è stata la volta di un vertice tra Astana e gli Stati Uniti. Proprio il 2 luglio  è una data importante in quanto nello stesso giorno il Kazakistan acquista le quote della compagnia petrolifera americana ConocoPhillips relative proprio al consorzio per lo sfruttamento del giacimento di Kashagan, licenziando il ministro competente al settore energetico accusato di avere troppo ritardato il via del progetto.  Ma ci stiamo allontanando sempre di più da quella villa di Casal Palocco dove tutto è iniziato per una vicenda a centri concentrici che è impossibile spiagare con semplici logiche di causa-effetto.

Colpa di Berlusconi?

In queste ore le varie parti politiche giocano al massacro, e i giornali di destra o sinistra fanno la loro parte nello svelare e occultare, accusare o difendere. C’è chi fa il nome di Silvio Berlusconi. Fu grazie ai suoi rapporti personali, prima che istituzionali, con il presidente russo Putin che Eni potè entrare in Kazakhstan insieme alla Gazprom, di cui è partner. E Berlusconi non esitò ad andare in visita in Kazakhstan elogiando Nazarbayev e la sua “democrazia” in cui “tutti lo amano e tutti lo votano”. Ma basta questo per tirare dentro Berlusconi?

Sappiamo infine che la Zhaikmunai Llp, una società energetica kazaka ha tra i suoi anonimi proprietari uomini della politica e dell’industria italiani. Sì, le relazioni pericolose tra Astana e Roma esistono. Ma forse Berlusconi non c’entra. Se c’entrasse sarebbe più grave di quel che sembra poiché se lui è in grado di ordinare un blitz della polizia (tramite Alfano o meno) per favorire le relazioni proprie e altrui con Astana, allora il suo potere occulto sarebbe enorme. Un po’ troppo anche per Berlusconi no?

Certo, l’Unione Sarda ha fatto uno scoop di due pagine raccontando dell’incontro segreto tra Silvio Berlusconi e Nursultan Nazarbayev ma a voler essere complottisti (infine concedetecelo) possiamo dire che Sergio Zuncheddu, editore del quotidiano sardo, è un berlusconiano della prima ora che molto ha fatto per appoggiare le candidature del Pdl in regione. Perché mai avrebbe dovuto mettere in prima pagina il Silvio nazionale in una vicenda tanto delicata? Interessi personali, fine della luna di miele, oppure depistaggio. Ma queste sono cose italiche e le lasciamo ai giornalisti che si divertono a usarle per far cadere questo o quel governo.

Il caso kazako è però l’ennesimo esempio di torbidi, ignoranza, segreti, interessi occulti, che fanno della nostra democrazia un sottobosco di poteri che non si fa scrupoli a sacrificare la vita di una donna e di una bambina, quest’ultima almeno sicuramente innocente.

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