Il rapimento della sposa in Kirghizistan, in gioco diritti ed identità

Scritto per East Journal

La nuova legge che inasprisce le pene per il rapimento delle spose, dopo sei mesi dalla sua entrata in vigore a seguito di un lungo, e contestato, iter burocratico, può ormai essere ritenuta un importante punto di riferimento per le campagne dei diritti civili in Kirghizistan.

La spinta verso l’approvazione della legge è venuta da una costante pressione della società civile kirghisa – specialmente delle donne – a seguito del clamore provocato dal suicidio di Yrys Kasymbai, una ragazza di 20 anni che prima di togliersi la vita per non sposarsi forzatamente, scrisse una lettera spiegando le ragioni del suo gesto. Il rapitore, anche per le pressioni di associazioni come Open Line o Youth Peer Education Network, venne poi condannato a 6 anni di carcere, la pena più severa mai inflitta per tale reato. Il rapimento della sposa, o ala kachuu, va contro l’art. 36 della costituzione kirghisa, ma anche contro la legge coranica, come dichiarato da Banura Abdieva, a capo dell’organizzazione per i diritti delle donne LEADER. E proprio una questione identitaria sembra essere quelle sollevata dalle proteste contro l’approvazione della legge.

Questa legge, firmata dal presidente Almazbek Atambayev a gennaio, fa si che ora i rapitori possano venire condannati fino a 10 anni di carcere. In precedenza le pene inflitte erano mediamente di tre anni (il minimo previsto), con il rapimento, che colpisce soprattutto le giovani ragazze di campagna, considerato tuttavia ancora penalmente meno grave del furto di una mucca. I ladri di bestiame sono infatti puniti con la reclusione fino a 11 anni. In più, fattore assolutamente rilevante, il reato verrà d’ora in poi registrato come pubblico, e non più come privato, impedendo che le inchieste si chiudano in caso di conciliazione tra le parti. In Kirghizistan il rapimento a scopo matrimoniale è una vera e propria piaga, stime di alcuni ricercatori locali parlano addirittura di 12.000 rapimenti ogni anno.

Secondo studi ONU, l’80% dei matrimoni nelle campagne è frutto di rapimenti, e le ragazze minorenni rapite sono il 14,2% delle spose, percentuale che scende al 9% nelle città. Spesso il rapitore è un uomo che non ha abbastanza soldi per pagare la dote alla famiglia della sposa, e che quindi ricorre a metodi “alternativi”. Tuttavia il 60% dei matrimoni che nascono da un rapimento finisce con un divorzio e nel 46% dei casi le donne divorziate non sono ben riaccolte al loro ritorno a casa, situazione aggravata dal fatto che per matrimoni nati in tale maniera non esiste possibilità di registrazione, non avendo quindi queste unioni nessun valore legale. La situazione viene costantemente monitorata da movimenti della società civile come il network Kloop, o Restless Beings, artefici di vere e proprie campagne per il riconoscimento dei diritti delle donne, arrivando a richiedere anche un aumento del numero delle donne presenti nel parlamento kirghiso.

Come detto, una forte presa di coscienza del problema del rapimento della sposa in kirghizistan venne dopo il suicidio di Yrys Kasymbai, toltasi la vita l’11 giugno 2012, dopo soli 3 giorni dalle nozze. La famiglia di Irys in seguito alla morte della figlia denunciò Shaimybek Imankulov, 36 anni, di avere rapito la ragazza contro la sua volontà e di averla sposata forzatamente. L’uomo, del villaggio di Sary-Kamysh, affermò che la ragazza acconsentì al matrimonio, supportato in questo dal mullah che aveva celebrato il rito nuziale. L’inchiesta che ne seguì diede il via ad un dibattito in cui ebbero un ruolo di primo piano associazioni come il Forum delle donne, fondato da Nurgul Djanaeva, attivissima militante dei diritti di genere. La questione sollevò aspre polemiche, dove un deputato, Kozhobek Ryspaev, arrivò  contestare il fatto che l’assassinio di una donna fosse punito più duramente rispetto a quello del bestiame in quanto: “le donne non si mangiano”. Sebbene non esistano statistiche ufficiali fonti non governative sostengono che ogni anno diverse ragazze si tolgono la vita a causa di matrimoni non voluti.

La questione della legge contro i rapimenti delle spose ha investito un’opinione pubblica già duramente colpita dagli scontri avvenuti nella Valle di Ferghana nel giugno del 2010, quando violenti disordini tra kirghisi e uzbeki portarono alla morte di decine di persone. I rapporti tra le due comunità, in un’area i cui confini furono tracciati al tempo del URSS senza prendere in considerazione l’intricata compoente etnica della regione, sono sempre stati tesi ma sono di fatti esplosi con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un’identità quella kirghisa ancora in cerca di una sua definizione, non favorita da una vita politica turbolenta. Nonostante il Kirghizistan fu il paese ex-sovietico a scegliere la via della democrazia al momento dell’indipendenza, sono stati ben due i presidenti dimessi a seguito di sollevazioni popolari.

L’islam centroasiatico, quindi anche quello kirghiso, è sempre stato di natura tollerante. Rifacendosi alla scuola Hanafita (tradizionalmente moderata) ed a pratiche sufi la religione islamica in Asia Centrale si è innervata su tradizioni spesso nomadi e sciamaniche. Riscoperto – secondo alcuni studiosi a torto – come tradizione antichissima durante l’epoca sovietica, l’ala kachuu si è ampiamente diffuso in tempi recenti, soprattutto dopo il crollo dell’URSS. Inoltre mentre in passato il rapimento vedeva una sposa di fatto consenziente oggi si tratta di vera e propria violenza, aggravata dalla partecipazione della famiglia dello sposo. Sono infatti le parenti del rapitore che “convincono” la futura moglie a cessare ogni resistenza, il che rende ancora più degradante la condizione della rapita.

Diventato protagonista politico a tutti gli effetti, l’islam in Asia Centrale riflette su se stesso, confrontandosi con una tradizione creata a tavolino per fini politici ma ormai messa in discussione dai più giovani. Cosa significa essere musulmani oggi? Dove l’islam può sposare la modernità? Qual’è il ruolo dei diritti delle donne? Sono solo alcune delle domande agitano un’area in ebollizione. In tutto questo il ruole delle donne sarà assolutamente fondamentale e di primo piano.

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