Un popolo e suo padre

Gay_Liberation_Monument

George Segal – Gay Liberation

Il maestro della notte, libro scritto da Bai Xianyong nel 1983, è un bel libro. Ed i libri belli hanno la caratteristica di prestarsi a molteplici letture su molteplici livelli, arrivando a far dire all’autore cose che nemmeno immaginava mentre scriveva il suo romanzo. I libri brutti non suscitano riflessioni, non sono spunti per andare “oltre”, restano semplicemente libri brutti. Non così il libro di Bai, che invita a riflettere, anche sulla biografia dello stesso scrittore per trovare conferme o smentite a pensieri che vengono da sé leggendo: e come generalmente capita sempre con i romanzi a tema omosessuale.

Bai parla di gay, ma in maniera del tutto leggera, senza scene di sesso o la volgarità usata da molti scrittori occidentali per dare un effetto di realtà, che di reale poi non ha nulla. Eppure il centro del romanzo è un parco che raccoglie giovani scappati di casa, che si dedicano alla prostituzione in parte come scelta in parte come ripiego. In tutto il romanzo aleggia in merito un senso di ambiguità, l’universo maschile che ne popola le pagine è costantemente a cavallo della linea di confine tra omosessualità e gusti sessuali eterosessuali, tutto risulta molto sfumato, al punto che sembra l’autore usi l’omosessualità per parlare di altro.

Bai, è uno scrittore nato in Cina, ma trsferitosi presto a Taiwan al seguito del padre, generale del Guomindang. Quindi una visione allo stesso tempo cinese e non cinese, dove la complessità dell’emigrazione si somma all’identità taiwanese. Ed il fatto che il trasferimento avvenga per scelta del padre ci porta direttamente al Maestro della notte, censurato sia a Taiwan che in Cina. La scelta di parlare del mondo dei “ragazzi di cristallo” sembra quasi essere dovuta al voler ricreare un universo maschile in cui affontare il tema del padre, il vero grande tema che emerge dalle pagine del libro. E se la censura a Taiwan sembra aver punito il fatto che si parli di omosessuali, i censori cinesi potrebbero avere visto altro nel rapporto padre-figlio, e non sembra una tesi da escludere…

In un regime comunista la sfera politica è onnipresente, e distinguere tra pubblico e privato diventa difficile; azzardando un paragone si potrebbe pensare all’Islam ed all’onnipresenza dell’aspetto religioso. Ed il libro di Bai è colmo di padri che sbagliano nel guidicare i figli e figli che non capiscono gli errori dei padri. Quello che appare è un vero e proprio distacco generazionale intriso di una moralità che sembra ormai persa, qualcosa che rimanda direttamente alle migliori pagine di Pasolini. I padri vogliono il bene dei loro figli ma non li comprendono, la loro cultura marziale impedisce di accettare che il figlio possa amare altri uomini. E per mantenere l’onore i padri cacciano i figli, salvo poi vivere nel rimpianto delle scelte fatte ma senza poterlo ammettere liberamente.

L’autore quindi critica i padri per la loro incapacità di staccarsi dal passato adeguandosi al presente, il loro non capire il diverso, ma tuttavia fa questo senza ridicolizzarne la retorica patriottica. Anzi, in tutto il libro c’è una vena di fierezza per quanto compiuto dai padri, spesso reduci dalla guerra con il giappone, e per il loro nazionalismo. E qui entra in gioco la biografia dell’autore, figlio di un militare: non è escluso che a seguito delle vicende paterne egli abbia verso la Cina comunista un rapporto di odio e amore. Bai infatti non è un banale cantore di rivolte generazionali egoistiche e sommarie, e non pone certo come modelli positivi i ragazzi del parco, ragazzi perduti sempre alla ricerca di una vita migliore e di qualcuno che prenda il posto di un padre assente.

Nel libro di Bai non ci sono colpevoli, ma solo una grande incapacità di comunicare, una grande tristezza e la consapevolezza che cambiare un destino è impresa davvero ardua.

Fonte immagine: Wikicommon

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