All’inferno col sorriso, storie di ordinaria follia

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Una capitale folle, Ashgabat – Turkmenistan

Stan Trek, di Ted Rall, è un libro eccessivo, caotico, cinico, ma anche commovente. Proprio come l’Asia Centrale di cui tratta, ed alla quale lo stesso autore dichiara di essere legato da un rapporto di odio-amore; il primo impatto non è mai quello giusto: il fascino centroasiatico si rivela con il tempo, diventando struggente nostalgia della sua aspra bellezza e del suo senso di infinito.

In Asia Centrale tutto sembra infinito, dalle vette del Pamir tagiko alle distese kazake, dal caldo nel deserto turkmeno alle strade in costruzione uzbeke; e su tutto regna l’infinita corruzione della polizia, vera e propria piaga ben messa in evidenza da Rall, fenomeno ben noto a chiunque si sia recato negli stati centroasiatici ex-sovietici. E proprio questo senso di infinito mette il visitatore di fronte alla finitezza dell’esistenza umana, creando un contrasto che tenderebbe al sublime (come avviene per esempio in Mongolia) se non fosse per il fatto che la vita in Asia Centrale è immersa in un vero e proprio caos: tra retaggi nomadici, burocrazia di stampo sovietico ed un avanzante kitsch asiatico.

Stan Trek riassume tutto questo, sviluppandosi come una miscela di generi diversi: dal fumetto al saggio di inchiesta e denuncia sociale, il tutto infarcito di aneddoti tragicomici. Rall è un giornalista radio-televisivo, scrittore e fumettista ed in questo libro usando varie tecniche racconta di alcuni suoi viaggi in Asia Centrale, compiuti tra il 1997 ed il 2002, ossia a ridosso della crollo dell’Unione Sovetica e dell’acquisita indipendenza degli -stan. Viaggi pericolosi quindi, con l’autore che è stato anche reporter di guerra, fatti in uno dei momenti più difficili di quel mondo che fu l’URSS asiatico. E sebbene l’autore abbia sempre una battuta a stemperare la gravità del racconto i pericoli corsi sono chiari tra le pagine del libro, lasciando spesso un po’ di amaro in bocca.

I temi affrontati sono moltissimi, e praticamente sono gli stessi di oggi; il che la dice lunga sullo scorrere del tempo in quella che attualmente è una delle regioni strategicamente più importanti del pianeta: una terra immobile al centro di un mondo sempre più veloce, come se la globalizzazione, e con lei la civiltà occidentale, non facesse che ruotare su se stessa. Rall è alle prese con la corruzione onnipresente, la stessa che oggi frena gli investimenti esteri, rischia la vita per mano di talebani laureati a New York che combattono nel Kashmir per conto di Islamabad, proprio come oggi, ed organizza un folle tour portando alcuni ascoltatori del suo programma radiofonico in giro per gli -stan, tra mille peripezie di americani benestanti appartenenti alla middle class catapultati in Asia Centrale.

Ma il libro non solo inquadra nella scena internazionale quello che fu il Turkestan, è anche un atto d’amore per quelle terre. L’autore ama visibilmente le popolazioni centroasiatiche, con tutte le arrabbiature che le differenze culturali (e che differenze) possono portare; ne ammira la fierezza e la capacità di resistere in un contesto di governanti megalomani e onnipotenti, di poliziotti rapaci e financo condizioni ambientali e climatiche terribili. Rall si diverte come un folle a farsi del male immergendosi nelle dinamiche centroasiatiche, forse per la stessa ansia di “evasione” che porta molti occidentali alla scoperta di dottrine orientali le più svariate. Ma nonostante questo Rall ha sempre il polso della situazione, riesce sempre a decifrare il contesto in cui si trova, anche accettando che per capire si possano rischiare pericoli anche estremi.

A prima vista quindi un libro ricco di luoghi comuni, che scoraggerebbe chiunque non abbia un pizzico di follia a recarsi in Asia Centrale. Ed oggi, dopo diversi anni dall’uscita del libro forse la polizia è un po’ (molto poco) meno corrotta, Turkmenbashi è morto ed il Movimento Islamico Uzbeko è meno forte, ma in sostanza non è cambiato poi granché. Quindi non resta che partire!

Foto di Martijn.Munneke

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