Afghanistan 2014: cui prodest?

Certamente uno stato di pace è preferibile ad uno stato di guerra. Ma il futuro dell’Afghanistan resta alquanto nebuloso. La decisione americana, anch’essa non chiara nei suoi dettagli, di ritirare le proprie truppe nel 2014 rischia di provocare un vero e proprio terremoto geopolitico nella regione ed anche nelle zone circostanti.

Che gli americani se ne andranno sembra certo, e non tenere fede a quanto proclamato a gran voce potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Ma a Washington sono in corso grosse discussioni su quante e quali forze mantenere in territorio afghano una volta completato il ritiro. Le proposte messe in campo sono molte: si va dall’ipotesi di un ritiro completo dei soldati americani, alla possibilità di mantenere circa 20 mila unità che possano essere operative in caso di bisogno. I rapporti con le autorità di Kabul inoltre stanno peggiorando, come già successo con l’alleato pakistano, ed il presidente afghano Karzai si trova stretto tra la volontà di procedere con la ricostruzione del paese e la consapevolezza di non poter fare a meno degli USA, a meno di non cambiare alleanze…

La grossa paura che aleggia tra le cancellerie è che un Afghanistan lasciato a sè stesso possa essere una roccaforte dell’estremismo islamico, diventando quindi un pericolo su scala globale. Particolarmente interessati al problema sono gli stati dell’Asia Centrale, e quindi la Russia. L’islam centroasiatico ha una tradizione di moderatismo e tolleranza, escluse zone particolari come la Valle di Ferghana, ma sta sempre più assumendo un ruolo politico. Di fronte ai regimi autoritari ed antidemocratici della regione, in parte derivanti dal burocraticismo sovietico, l’opposizione è infatti ormai rappresentata da gruppi che si ispirano alla difesa dei diritti umani, e da associazioni islamiche. Mosca guarda la situazione con crescente preoccupazione, al punto da non escludere un ritorno in Afghanistan. Sempre in quest’ottica l’intensificarsi della presenza russa in Tagikistan e Kirghizistan sembra andare in parallelo all’avvicinarsi occidentale a Kazakistan ed Uzbekistan.

La Russia diventerebbe quindi un corridoio tra l’Afghanistan e l’Europa, in aperta contrapposizione agli Stati Uniti, temendo inoltre che questi tentino di usare il ritiro dal paese afghano per installare proprie basi nella zona del Caspio, cosa assolutamente non voluta da Mosca. Il Cremlino ha ben presente i risultati dell’intervento americano in Iraq, e non vede con favore la possibilità che in Afghanistan si crei la stessa situazione di caos e disordine. Tuttavia sono proprio gli USA che sembrano non imparare nulla dalla lezione irachena, tanto che uno degli scenari prefigurati dall’amministrazione statunitense per il post-2014 ricalcherebbe quanto fatto in Iraq.

Ma fortemente coinvolta in Afghanistan è anche la Cina, che vedrebbe ingenti investimenti andare in fumo in caso di un paese al collasso dopo il ritiro americano. Pechino potrebbe dover abbandonare la tradizionale politica di non intervento nelle questioni interne dei singoli stati e mettere piede su suolo afghano, seppur con forte riluttanza. La grossa paura della Cina è quella del terrorismo islamico, e che un Afghanistan a guida talebana diventi un potente alleato dei movimenti islamici di casa sua. La regione autonoma dello Xinjiang sembra infatti sempre più al centro dei progetti cinesi di riapertura della Via della Seta, ossia di un enorme corridoio commerciale diretto ad ovest. Inutile dire che l’ultima cosa che Pechino desidera sia un regime afghano che fomenti disordini in zone che ritiene di suo esclusivo interesse.

Un futuro quindi del tutto incerto, dove interessi contrastanti si intrecciano creando situazioni potenzialmente esplosive, ed in tutto questo gli Stati Uniti potrebbero decidere di restare in Afghanistan, almeno parzialmente, fino al 2024. È proprio il caso di dire “chi vivrà, vedrà”.

http://www.eastasiaforum.org/2013/05/04/chinas-leadership-opportunity-in-afghanistan/

http://networkedblogs.com/L2beD

http://claudio-bertolotti.blogspot.com/2013/05/quali-sono-i-numeri-dellimpegno.html

http://www.eurasianet.org/node/66769

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