Nella primavera del 1922 il fascismo non era ancora giunto al potere, sebbene la sua avanzata procedeva a passo spedito. Le elezioni del maggio 1921 si erano chiuse per i fascisti con un successo discreto ma non travolgente: presenti nei “blocchi nazionali” i deputati eletti tra le file fasciste furono 35, tra cui Benito Mussolini. Il Partito Socialista arretrò dal 32% al 25%, e la prima esperienza elettorale del Partito Comunista ottenne un risultato del 5%.

Il 1921 fu inoltre un anno cruciale nella storia del fascismo italiano, i “blocchi nazionali” rappresentarono la volontà mussoliniana, anche attraverso gli accordi elettorali con Giolitti, di arrivare al potere accettando compromessi con la vecchia classe politica. All’interno del movimento fascista gli scontri tra Mussolini e i capi degli squadristi, che invece rifiutano ogni accordo e spingevano invece l’acceleratore sulla violenza politica. Il 1921 è inoltre l’anno in cui il prezzo pagato da Mussolini per essere riconosciuto leader indiscusso del fascismo fu l’abbandono della possibile riconciliazione con i socialisti, che divengono invece – con le loro sedi – oggetto degli assalti delle squadracce fasciste. L’anno si chiude significativamente con la nascita del Partito Nazionale Fascista.

Il governo Facta (costituitosi nel febbraio 1922) succedette ad un governo Bonomi falimentare sulla via della riconciliazione. Ma quello che qui interessa è come il mondo imprenditoriale italiano, ad eccezione del settore siderurgico in crisi,  non avesse tra le sue preferenze un governo fascista. Donegani ed Olivetti erano deputati giolittiani, giolittiano era anche Ettore Conti (presidente dell’associazione che raccoglieva le società italiane per azioni), mentre Giovanni Agnelli aveva come referenti politici privilegiati Bruno Buozzi e Giuseppe Romita, sindacalista il primo e parlamentare il secondo, entrambi socialisti. Il “pericolo rosso” non faceva più paura, e proprio nel 1922 il fallimento di uno sciopero dei metallurgici si chiuse con la stipula di un contratto di lavoro favorevole agli industriali.

Nella primavera del 1922 era inoltre prevista, a Genova, una conferenza per discutere gli assetti economici del dopoguerra. Parallela alla più famosa conferenza internazionale di Rapallo, quella di genova riscosse l’attenzione di Giovanni Agnelli. L’industriale piemontese vide nella possibilità di fare accordi con la delegazione sovietica, guidata dal commissario del popolo Cicerin, un modo per risollevare la sua FIAT dalla stagnazione in cui era caduta. Agnelli si mise alla testa di un comitato, che vide la luce a Milano – composto da industriali ed esponenti socialisti – con l’intenzione di premere sul governo per arrivare a politiche di apertura verso la Russia. Il Presidente del Consiglio Facta incaricò Conti di verificare con i russi se esistessero le possibilità di firmare un vero e proprio trattato commerciale; dopo di che lo stesso Conti fu nominato presidente di una commissione composta da industriali del calibro di Pirelli, Olivetti e Jung, agrari come Parodi e giuristi come Scialoja.

Tuttavia i lavori della commissione vennero profondamente ostacolati da parte del ministro degli esteri Carlo Schanzer, che vedeva nel possibile accordo un pericoloso strumento per il “propagarsi di idee bolsceviche” . Se da una parte nelle prese di posizione di Schanzer si possono vedere i timori di contrasti con gli alleati dell’Intesa, dall’altra è indubbio che forte opposizione al trattato venne da parte della destra italiana, portatrice di una visione miope della realtà e che di fatto avrebbe consegnato di lì a poco (meno di sei mesi) il paese nelle mani del Partito Fascista, guidato da Mussolini ma dove gli squadristi intransigenti avevano libertà d’azione.

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