L’Afghanistan ed il ritiro americano: al peggio non c’è mai fine

Recentemente si sono svolti nei pressi di Londra dei negoziati che rappresentano bene l’ipocrisia occidentale nei temi di politica internazionale. Il primo ministro inglese David Cameron ha infatti fatto da cerimoniere ad un incontro, da lui organizzato, tra il presidente pakistano Asif Ali Zardari e quello afghano Hamid Karzai. Oltre ai due capi di stato erano presenti anche i rispettivi ministri degli esteri nonché importanti esponenti di esercito e servizi di sicurezza.

Le cancellerie occidentali si stanno infatti attivando in vista dell’annunciato ritiro americano dall’Afghanistan, previsto per il 2014, illudendosi di poter risolvere la situazione attraverso un accordo bilaterale tra Kabul e Islamabad. Tuttavia questa posizione sembra essere solo la ricerca di una “via d’uscita” che non tiene minimamente conto della realtà, e sembra molto più probabile che, allo stato attuale delle cose, Pakistan ed Afghanistan possano precipitare in una spirale di violenza ed in guerra civile dagli esiti imprevedibili.

Innanzitutto l’Afghanistan al momento non ha ancora la stabilità di uno stato autonomo, ma risulta essere terra di “conquista geopolitica” per USA, Russia e Cina. Inoltre, proprio nel 2014, si terranno le elezioni presidenziali che, dato il contesto, potrebbero portare ad una quantità infinita di scenari diversi: non va dimenticato infatti che i Talebani rifiutano di riconoscere ogni governo afghano spalleggiato dagli USA. Anche riguardo ai rapporti con il Pakistan, che gli occidentali vorrebbero sempre più proficui, la situazione è molto complessa al punto che l’Afghanistan non riconosce nemmeno i confini con il paese vicino (la cosiddetta Linea Durand).

Anche per il Pakistan la situazione è molto complicata: alleato degli Stati Uniti, Islamabad, sempre più accusata di fare il doppio gioco a favore del fondamentalismo islamico, sta vivendo delle pessime relazioni con Washington; ed il rapporto con i talebani è il nodo che il governo pakistano dovrà trovarsi ad affrontare. Il Pakistan ha sempre sostenuto gli studenti islamici, tramite i suoi servizi segreti, boicottando ogni processo di pace in Afghanistan che non vedesse la presenza proprio dei talebani. Tuttavia l’alleanza di Islamabad con gli Stati Uniti ha fatto si che, a dispetto di ogni accordo, l’islam politico in Pakistan sia sempre più una minaccia per la stabilità del paese, come lascia intuire l’omicidio, avvenuto nel 2011, di Salman Taseer, leader politico notoriamente moderato e critico dell’estremismo islamico.

In particolare l’area più preoccupante per il governo pakistano è la regione del Waziristan, a maggioranza pasthun (la stessa etnia dei talebani) e confinante con l’Afghanistan. Qui parte della popolazione è emigrata per sfuggire alla morsa tra droni americani operanti in Afghanistan (non rispettosi delle frontiere) e attacchi talebani che vogliono impossessarsi della regione per imporre la legge coranica. Quello pasthun per il Pakistan è un vero proprio problema dato che il crescere dei sentimenti anti-americani rischia di rendere sempre più forte il separatismo pashtun che potrebbe portare ad una vera e propria guerra civile.

E proprio nella “minaccia pashtun” risiede una delle ragioni di attrito con Kabul che rendono molto difficile un esito positivo ai negoziati di pace. Islamabad infatti accusa il paese confinante di essere base per movimenti anti-pakistani. Infine va ricordato come il Pakistan consideri l’Afghanistan un vero e proprio “cortile di casa”, un governo non alleato di Islamabad sarebbe una vera e propria minaccia in caso di conflitto col nemico storico indiano.

Tutto ciò porta a dubitare che il Pakistan voglia veramente la pace in Afghanistan nonostante uno status quo che rischia di trascinare il paese verso la rovina. Ma i governi occidentali sono ottimisti

http://www.meridianionline.org/2013/01/22/quanto-e-pericolosa-la-relazione-fra-afghanistan-e-pakistan/

http://www.eastasiaforum.org/2013/02/18/refusing-to-see-the-obvious-in-afghanistan/

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