Ankara esige risposte, Bruxelles si trincera nella sua decadente fortezza

Ancora una volta la Turchia assume un ruolo chiave nella definizione dell’identità dell’Unione Europea. Molti dei nodi di una ipotetica politica comune europea gravitano intorno ad Ankara, a partire dall’adesione del paese anatolico alla UE.

Il primo ministro turco, Erdogan, ha difatti lanciato all’Ue quello che sembra essere un ultimatum: o la Turchia verrà ammessa nell’Unione entro il 2023 oppure non lo diventerà mai più. La Turchia è formalmente un aspirante membro dal 2005, e la questione non sembra essere vicina al suo esito. Le riserve all’ingresso turco nella UE sono state molteplici, come se l’Unione Europea non avesse il coraggio di rifiutare la richiesta di Ankara, consapevole dell’importanza geostrategica turca. Forse l’Unione Europea non ha il coraggio nemmeno di riflettere sulla propria identità, prima ancora del trovare una politica comune. L’ingresso nell’UE di un paese musulmano, e non piccolo, farebbe saltare i meccanismi politici sui quali si regge certa politica securitaria ed emergenzialista di parte della classe dirigente europea, per non parlare dei movimenti xenofobi così utili in tempo di crisi per indrizzare altrove il malcontento popolare.

Ma Ankara non ci sta, la politica turca si è ormai indirizzata verso il fare della Turchia un attore regionale, ed i tentennamenti europei non possono che danneggiare le prospettive geopolitiche turche. Il 2023 inoltre coincide con il centenario di fondazione della moderna Turchia, ed è impensabile che Ankara voglia festeggiare tale anniversario ancora alle prese con le incertezze europee. Nel frattempo la Turchia non interrompe i rapporti con l’Iran, nonostante le forti divergenze sulla questione siriana, ma anzi dichiara che nonostante la scadenza, il 3 dicembre, dell’”esenzione” americana, non ci saranno diminuizioni nell’importazione di greggio iraniano. La domanda energetica turca cresce del 5% annuo ed Ankara non ha certo tempo per aspettare che Bruxelles esca dal suo dormiveglia; proprio la questione energetica rischia di avvelenare i rapporti tra Turchia ed Unione Europea. Ankara è geograficamente indispensabile per i rifornimenti energetici destinati all’Europa, vengano essi dal Caucaso, dalla Russia o dal Medio Oriente, ed un mancato accordo sull’ingresso turco nell’UE potrebbe portare ad uno scenario per Bruxelles alquanto complicato, vedasi i continui ricatti russi all’Ucraina.

Dal canto suo l’Iran sta continuando la costruzione del gasdotto IP verso il Pakistan, con uno stanziamento di 500 milioni di dollari, ed a complicare ancor più la situazione è giunta anche l’India che si è offerta di creare condotte per trasportare in Pakistan il gas russo. Una situazione quindi in continuo divenire, dove i blocchi di appartenenza sono fluidi e che non fa che aumentare il bisogno turco che i propri rapporti con Bruxelles siano definiti una volta per tutte.

Il rischio concreto è che per le sue incapacità nel prendere decisioni l’Europa esca definitivamente dai giochi, perdendo potere contrattuale verso la Turchia, e che la Storia di lei possa fare tranquillamente a meno.

http://www.eastjournal.net/turchia-lultimatum-di-erdogan-allunione-europea-fateci-entrare-entro-il-2023-o-mai-piu/23458

http://www.naturalgasasia.com/turkey-wont-reduce-iranian-oil-gas-imports

http://www.wordwarnews.com/2012/04/nemici-amici-il-rapporto-iran-turchia.html

http://italian.irib.ir//notizie/iran-news/item/116728-

http://www.pakistantoday.com.pk/2012/11/06/news/national/india-may-supply-russian-lng-to-pakistan/

1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. N.O.I. - Nuova Officina Italiana
    Nov 26, 2012 @ 11:22:42

    un’analisi lucidissima: il rischio che l’Europa, questa Europa, corre è di diventare un attore marginale nello scenario multipolare che, a fatica, si va costruendo. Questo peter pan europeo, allo stato attuale, non possiede un ceto dirigente politico all’altezza. Ed i motivi sono rintracciabili nel fatto che l’Europa è oggi nelle mani di un conclave di premier uno peggior dell’altro, e di una pletora di burocrati che per loro natura non possono avere visione strategica. La chiusura politica del dibattito fra 27 premier e il governo della UE a 41.000 burocrati e professionisti del politicismo non sortirà a breve tempo la maturità che questo continente proprio non riesce a raggiungere.

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