Il gas centroasiatico e la forbice della ricchezza, tutta colpa dell’Afghanistan…

L’Asia centrale e’ ricchissima di risorse energetiche, questo basta perche’ la regione assuma sempre piu’ un’importanza geostrategica fondamentale. Inevitabile quindi che gli sguardi delle societa’ piu’ sviluppate, e quindi piu’ bisognose di gas e petrolio, si concentrino su quest’angolo di mondo. Sicuramente il flusso incessante delle pipeline centroasiatiche porta con se’ notevoli vantaggi ma anche problemi, essendo inevitabile che i ricavati da tale settore non abbiano ripercussioni sociali sulla popolazione. I profitti legati al mercato energetico stanno infatti accentuando le diseguaglianze sociali creando classi di nuovi ricchi, molto ricchi, di fronte ad una popolazione spesso povera pur vivendo su vastissimi giacimenti presenti nel sottosuolo. Il fatto che la politica centroasiatica non brilli per trasparenza non puo’ certo migliorare la situazione, essendo spesso le famiglie al potere dei veri e propri clan, gestendo tutti i piu’ remunativi affari del paese, direttamente e indirettamente, compagnie petrolifere comprese. Per tali classi dirigenti la necessita’ occidentale (e cinese) di rifornimenti non e’ che un’occasione per nuove speculazioni, come ben dimostra il caso turkmeno.

Non aiuta a ridurre le sperequazioni sociali nemmeno il ritiro americano dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti spendono annualmente 500 milioni di dollari in diritti di transito attraverso il Northern Distribution Network, la “via nord” con la quale giungono in Afghanistan mezzi e uomini, ma non equipaggiamento militare. Il passaggio di armi e soldati e’ ancora oggetto di negoziati tra la Nato e gli Stati centroasiatici; oltre al prezzo in questo caso si oppone anche l’opposizione russa per il transito di materiale bellico in una regione che ritiene di sua influenza. Inutile dire che per i governanti centroasiatici le problematiche americane legate al ritiro dall’Afghanistan non sono altro che nuove occasioni per monetizzare i bisogni altrui. L’Asia Centrale si sta dimostrando infatti abile nel barcamenarsi tra potenze del calibro di Russia e Stati Uniti senza perdere di mira i propri interessi, come hanno dimostrato le vicende degli ultimi anni legate all’affitto di basi militari sia all’esercito russo che a quello americano. La base 201 in Tagikistan, quella di Manas in Kirghizistan ed ancora quella di Karshi-Khanabad in Uzbekistan sono stati diversi tentativi, non sempre con esito positivo, di spuntare il prezzo migliore nonostante la potenza dell’interlocutore.

Tuttavia l’avidita’ sempre maggiore delle classi dirigenti sta contribuendo per reazioni alla nascita di una coscienza civile centroasiatica, dove la diseguaglianza sociale non viene tollerata passivamente ma apertamente contestata. Il mondo del lavoro in Asia Centrale sta vedendo un’ondata di scioperi senza precedenti: dagli edili turkmeni agli operai uzbeki, passando per il Kirghizistan fino al caso piu’ eclatante dello sciopero dell’impianto petrolifero di Zhanaozen, in Kazakistan… I governi locali si trovano quindi ad affrontare problematiche nuove, alle quali le risposte vanno dalla ricerca di soluzioni pacifiche concedendo quanto chiesto dai lavoratori fino alla repressione piu’ sanguinosa come avvenuto a Zhanaozen. Sempre piu’ sembra che l’ èlite al potere cerchi un rapporto diretto con la popolazione, tentando di far ricadere la colpa, qualunque essa sia, su funzionari disonesti e “nemici del popolo”, secondo un modello altamente diffuso in Cina. Anche nel caso kazako agli scontri che portarono alla morte di diversi lavoratori segui’ comunque il licenziamento di importanti rappresentanti politici locali ed critiche delle autorita’ alla condotta della compagnia petrolifera. Il potere ha inoltre bisogno del sostegno popolare per proteggersi da una minaccia che le autorita’ russe conoscono bene, ossia quella dei “nuovi ricchi”. Il flusso di soldi in Asia Centrale rischia infatti di arricchire personaggi esterni alle tradizionali èlite governative, il che rappresenta una minaccia sia politica che economica. Secondo uno studio redatto da un’organizzazione senza fini di lucro, il Tax Justice Network (TJN), la zona centroasiatica vede un fortissimo aumento dei capitali non dichiarati e depositati all’estero, sfuggendo quindi alla relativa tassazione e siginificando un notevole ammanco alla casse statali dei singoli Stati. Che questa sia una pratica da sempre diffusa tra i ricchi della regione e’ assodato ma e’ altresi’ vero che l’aumento delle diseguaglianze sociali sta creando un senso di rabbia e frustrazione tra la popolazione meno abbiente.

Una situazione non certo facile quella di fronte alla quale si trovano i Governi centroasiatici, costretti ad uscire dal loro immobilismo atemporale ed alla prese con un “grande gioco” spesso piu’ grande di loro. Nell’area sono infatti molti gli attori a pressare ed influenzare le autorita’ governative, e si sospetta anche che dietro numerose proteste sociali, Zhanaozen compresa, vi siano potenze straniere interessate a destabilizzare la politica interna locale per propri fini. Proprio questa e’ la questione piu’ delicata da affrontare a proposito dell’Asia Centrale, ossia capire quanto di genuino ci sia nelle proteste delle popolazioni, se si tratti di genuina nascita di una coscienza civile in contesti autoritari e non democratici, o si sia invece in presenza di manovre esterne legate ad oscuri secondi fini, e la mente non puo’ non correre alle varie “primavere arabe” ed alle vicende siriane. E dietro tutto cio’ vi e’ l’Afghanistan, con il quale tutti giustificano tutto. Accusato di esportare droga e terrorismo fondamentalista l’Afghanistan e’ il capro espiatorio per eccellenza, con il quale si giustificano repressioni e riarmi, presenze militari e controverse alleanze, come hanno mostrato i recenti fatti del Nagorno-Badakhshan, dove le prime dichiarazioni governative parlavano di scontro tra esercito e fondamentalisti islamici afghani, poi diventati piu’ semplicemente trafficanti di droga in una vicenda dalle tinte oscure…

Concludendo l’Asia Centrale si trova ad affrontare problemi nuovi che vanno ad aggiungersi alle tensioni storiche dell’area, il tutto aggravato da pressioni esterne che rischiano di fare della regione una vera e propria polveriera.

http://www.eurasianet.org/node/65697

http://www.eurasianet.org/node/65760

http://www.nytimes.com/2012/08/22/opinion/after-afghanistan-a-new-great-game.html

Vicenda di Zhanaozen

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