Giovanni Agnelli: comunista!

Nella primavera del 1922 il fascismo non era ancora giunto al potere, sebbene la sua avanzata procedeva a passo spedito. Le elezioni del maggio 1921 si erano chiuse per i fascisti con un successo discreto ma non travolgente: presenti nei “blocchi nazionali” i deputati eletti tra le file fasciste furono 35, tra cui Benito Mussolini. Il Partito Socialista arretrò dal 32% al 25%, e la prima esperienza elettorale del Partito Comunista ottenne un risultato del 5%.

Il 1921 fu inoltre un anno cruciale nella storia del fascismo italiano, i “blocchi nazionali” rappresentarono la volontà mussoliniana, anche attraverso gli accordi elettorali con Giolitti, di arrivare al potere accettando compromessi con la vecchia classe politica. All’interno del movimento fascista gli scontri tra Mussolini e i capi degli squadristi, che invece rifiutano ogni accordo e spingevano invece l’acceleratore sulla violenza politica. Il 1921 è inoltre l’anno in cui il prezzo pagato da Mussolini per essere riconosciuto leader indiscusso del fascismo fu l’abbandono della possibile riconciliazione con i socialisti, che divengono invece – con le loro sedi – oggetto degli assalti delle squadracce fasciste. L’anno si chiude significativamente con la nascita del Partito Nazionale Fascista.

Il governo Facta (costituitosi nel febbraio 1922) succedette ad un governo Bonomi falimentare sulla via della riconciliazione. Ma quello che qui interessa è come il mondo imprenditoriale italiano, ad eccezione del settore siderurgico in crisi,  non avesse tra le sue preferenze un governo fascista. Donegani ed Olivetti erano deputati giolittiani, giolittiano era anche Ettore Conti (presidente dell’associazione che raccoglieva le società italiane per azioni), mentre Giovanni Agnelli aveva come referenti politici privilegiati Bruno Buozzi e Giuseppe Romita, sindacalista il primo e parlamentare il secondo, entrambi socialisti. Il “pericolo rosso” non faceva più paura, e proprio nel 1922 il fallimento di uno sciopero dei metallurgici si chiuse con la stipula di un contratto di lavoro favorevole agli industriali.

Nella primavera del 1922 era inoltre prevista, a Genova, una conferenza per discutere gli assetti economici del dopoguerra. Parallela alla più famosa conferenza internazionale di Rapallo, quella di genova riscosse l’attenzione di Giovanni Agnelli. L’industriale piemontese vide nella possibilità di fare accordi con la delegazione sovietica, guidata dal commissario del popolo Cicerin, un modo per risollevare la sua FIAT dalla stagnazione in cui era caduta. Agnelli si mise alla testa di un comitato, che vide la luce a Milano – composto da industriali ed esponenti socialisti – con l’intenzione di premere sul governo per arrivare a politiche di apertura verso la Russia. Il Presidente del Consiglio Facta incaricò Conti di verificare con i russi se esistessero le possibilità di firmare un vero e proprio trattato commerciale; dopo di che lo stesso Conti fu nominato presidente di una commissione composta da industriali del calibro di Pirelli, Olivetti e Jung, agrari come Parodi e giuristi come Scialoja.

Tuttavia i lavori della commissione vennero profondamente ostacolati da parte del ministro degli esteri Carlo Schanzer, che vedeva nel possibile accordo un pericoloso strumento per il “propagarsi di idee bolsceviche” . Se da una parte nelle prese di posizione di Schanzer si possono vedere i timori di contrasti con gli alleati dell’Intesa, dall’altra è indubbio che forte opposizione al trattato venne da parte della destra italiana, portatrice di una visione miope della realtà e che di fatto avrebbe consegnato di lì a poco (meno di sei mesi) il paese nelle mani del Partito Fascista, guidato da Mussolini ma dove gli squadristi intransigenti avevano libertà d’azione.

La Corea del Nord e le frustrazioni dell’Occidente

Di Pyongyang non si parla più, improvvisamente la Corea del Nord non è più notizia. Kim Jong-un, fino a poco tempo fa simbolo del male supremo, ha dovuto lasciare la “casa mediatica” terminando i suoi quindici minuti di celebrità. La minaccia alla pace mondiale, ed al benessere occidentale, è passata; ora si possono lanciare altre notizie, anche se la fine del campionato di calcio è un duro colpo da digerire.

Ma la crisi coreana esiste anche se nessuno ne parla più, e non sembra vicina la conclusione, nonostante i toni dello scontro si siano abbassati. Pyongyang ha infatti ritirato le sue rampe di missili, la cui efficienza resta quindi un mistero, e tra le due coree la tensione si è spostata intorno al distretto nordcoreano di Kaesong; qui le fabbriche sudcoreane hanno dovuto abbandonare ampi profitti dovuti all’utilizzo, sottopagato, della manodopera locale. La Cina ha avuto la sua occasione per mostrarsi conciliante agli occhi del mondo e si allontana sempre più dal regime nordcoreano, mentre gli USA stanno intavolando discussioni con  Seoul per smorzare il crescente nazionalismo, bellicoso, sudcoreano. A completare il tutto, dando un tocco di farsa, l’ingresso in campo di una star del basket, Dennis Rodman, grande amico di Kim Jong-un ed impegnato nel chiedere il rilascio di una guida americana detenuta in Corea del Nord.

Ma perché la crisi nordcoreana non fa più notizia? Semplicemente per il fatto che i mezzi di informazione non fanno più giornalismo, ma si limitano a vendere prodotti confezionati usando veline ed ascoltando suggerimenti provenienti dall’alto. A titolo di esempio basti pensare che un quotidiano medio-piccolo ogni giorno riceve circa diecimila notizie da agenzie di stampa, eppure i giornali hanno sempre le stesse prime pagine. L’informazione oggi di fatto usa fonti interne alle istituzioni, e proprio quelle istituzioni hanno interesse a far sì che i media siano strumenti per veicolare l’opinione pubblica. A completare il cerchio, perché di un cerchio si tratta, vi è la popolazione sempre meno capace di usare spirito critico, favorendo così un processo per cui i mezzi di informazione offrono ai lettori/spettatori quello che viene richiesto, ma allo stesso tempo abituandoli a richiedere quello che viene proposto. Un gioco dove i responsabili restano nell’ombra.

Ma un altro aspetto interessante della vicenda è il mito che si è venuto a creare intorno a Pyongyang. Ben lontano dal essere un modello di comunismo, il mito della Corea del Nord è decisamente più mediatico e antropologico. Il regime nordcoreano rappresenta oggi – di fatto – colui che non si arrende, nemmeno di fronte a sconfitta sicura. In un mondo dove il sistema occidentale è sempre più imperante Pyongyang simboleggia l’antiamericanismo, e la volontà di non integrazione, acriticamente. E non è un caso che tra i membri dell’associazione americana che raccoglie gli “amici” della Corea del Nord vi siano nazisti, suprematisti bianchi e fondamentalisti cristiani. Tutti a sostenere un paese che si dice comunista. Ma Kim Jong-un la guerra non l’ha scatenata, e se dovesse scoppiare ora non avrebbe lo stesso portato simbolico; ma questo non conta per chi è alla disperata ricerca di una fede, qualunque essa sia. Il fatto che la Corea del Nord ponga a capo dei suoi sostenitori americani un senzatetto e lo omaggi come nemico dell’imperialismo non fa che rendere ancora più assurda la crisi nordcoreana.

Ma la ricerca di un senso si ha anche nella direzione opposta, ossia nella demonizzazione del regime di Pyongyang. Paragonare Kin Jong-Un a Hitler, ed a Stalin per par condicio, non fa che mostrare come. mentre alcuni hanno bisogno di sentirsi in guerra con la loro realtà occidentale, altri hanno bisogno di sentirsi in pace e di credere di vivere nel migliore dei mondi possibili. Infatti se la Corea del Nord è il cattivo il mio governo è il buono. Pyongyang mette in pericolo le certezze occidentali ed i suoi missili sono puntati verso le nostre auto a rate, poco importa che non si riesca a pagarle. Un Occidente quindi che non vuole accettare di essere in crisi, che preferisce rifugiarsi nel sogno di paesi esotici, ed inoffensivi, ai quali fare beneficenza, sentendosi meno poveri.

Quello che emerge dalla crisi delle due coree, e dalla sua rappresentazione, è un Occidente sempre più passivo, che come nei social network si sente al centro del mondo solo perché un mondo può costruirselo, ma virtuale. Un Occidente che non sa più nemmeno avere un nemico, dove i sistemi democratici sono diventati talmente rappresentativi da essere deleghe in bianco; dove i mezzi di informazione non sono che cinghie di trasmissione veicolanti immaginari, come la guerra ormai diventata, a tutti  gli effetti, immaginariamente umanitaria.

Il Nabucco e lo sfaldamento dell’Unione Europea, a Bruxelles si parla russo

La saga del gasdotto Nabucco (oggi Nabucco West) sta per giungere alla sua conclusione, e con lei le speranze che l’Europa sia unita, almeno in merito alle scelte energetiche. A giugno il consorzio che gestisce l’importante giacimento di Shah Deniz dovrà infatti decidere se affidare la distribuzione del gas alla odierna versione ridotta di Nabucco oppure alla Trans Adriatic Pipeline (TAP), l’unico altro concorrente rimasto in lizza.

I due gasdotti vedono differenze molto significative, a partire dal percorso. Finanziato da compagnie ungheresi, bulgare, romene e austriache (che hanno rilevato le quote di compagnie tedesche) Nabucco ha come punto terminale Baumgarten, in Austria. Nabucco inoltre è stato sempre oggetto di critiche all’interno dell’Unione Europea per i suoi costi, al punto che il progetto è stato notevolmente ridotto (diventando appunto Nabucco West), e legandosi sempre più alla realizzazione di un altro gasdotto, la Trans Anatolian Pipeline (TANAP), progettato congiuntamente da Turchia ed Azerbaigian. Recentemente le compagnie detentrici di Nabucco hanno offerto il 50% della proprietà del gasdotto allo stesso consorzio di Shah Deniz.

TAP invece ha un percorso totalmente diverso, attraversando il Mar Adriatico e giungendo in Italia, dopo aver attraversato Albania e Grecia. Dietro a TAP ci sono compagnie tedesche, norvegesi e svizzere, ossia rappresentanti dei paesi europei al momento più vicini alla Russia. Il che non è da poco se si pensa che lo sfruttamento del gas azero è pensato dall’Unione Europea proprio in ottica di una riduzione della dipendenza energetica da Mosca. Un importante punto a favore di TAP è la presenza della compagnia norvegese STATOIL che fa parte anche del consorzio che dovrà decidere  dello sfruttamento del giacimento azero.

A complicare la realtà europea il fatto che molti paesi si stanno mostrando interessati a partecipare in South Stream,  progetto russo – con forti partecipazioni tedesche – nato per portare gas in Europa aggirando l’Ucraina, paese per la Russia problematico. Recenti incontri tra Vladimir Putin e Angela Merkel hanno di fatto sancito la scelta russa di ampliare South Stream, a scapito della realizzazione di una rete di gasdotti passanti per l’Europa Centrale e la Polonia. Recentemente hanno mostrato il loro interesse per il gasdotto russo paesi come la Finlandia, l’Olanda e addirittura la Gran Bretagna, che sembra sempre più legata a Mosca. Di fatto in Europa, almeno in campo energetico, esiste un “problema orientale”.

Gli interessi tra Europa occidentale e orientale sono infatti sempre più distanti, e mentre paesi come la Germania hanno rapporti economici molto stretti con la Russia, altri paesi come ad esempio quelli baltici si fanno promotore di politiche di opposizione a Mosca; va a proposito ricordato che le prese di posizione dell’Unione Europea contro Gazprom vedono all’origine azioni intentate dai paesi dell’Europa centro-orientale. Dunque un’ Europa divisa in due, dove la Storia recente gioca un suo ruolo e che rischia di incrinare un’ Unione sempre più fittizia. Ma soprattutto un’Unione Europea che potrebbe doversi trovare a scegliere tra la Russia ed una parte di sé.

Molto significativo il fatto che il Commissario all’Energia europeo, Günther Oettinger, abbia scritto una lettera alla responsabile degli Affari Esteri, Catherine Ashton, invitandola ad evitare che in seno all’Unione Europea nasca una discussione intorno a Nabucco e TAP, questo quando il 22 maggio è previsto un summit europeo dedicato proprio alle questioni energetiche.

http://networkedblogs.com/KP9Bc

http://en.trend.az/capital/energy/2146122.html

http://en.trend.az/capital/energy/2139051.html

http://networkedblogs.com/Kq1N6

http://en.trend.az/capital/analytical/2139081.html

Dien Bien Phu: le conseguenze di una sconfitta

Il 7 maggio 1954 con la caduta dell’avamposto Isabelle terminò la battaglia di Dien Bien Phu, iniziata mesi prima, e nello stesso tempo si chiuse la colonizzazione francese in Indocina. L’esercito francese, nelle cui fila erano presenti soldati francesi, mercenari (soprattutto tedeschi), thailandesi, vietnamiti e nord-africani si ritrovò accerchiato da una morsa che si stringeva silenziosamente da diverso tempo. Ma la vittoria del comandante Giap fu anche l’inizio di molto altro, le cui conseguenze erano allora imprevedibili.

Dien Bien Phu fu una vittoria che l’esercito del Vietminh volle a tutti i costi per affermarsi sulla scena internazionale. A seguito della conclusione della guerra di Corea, infatti, erano iniziati negoziati per una soluzione diplomatica della guerra scoppiata apertamente in Indocina il 19 dicembre del 1946. La fine della guerra di Corea aveva inoltre permesso alla Cina di rifornire il Vietminh di uomini e materiale; dopo il 1949 la Francia stava di fatto combattendo contro il comunismo in nome dell’occidente, in un’ottica divenuta di guerra fredda.

In questo contesto Parigi, alle prese anche con il disgregamento della sua Unione coloniale comprendente Laos, Cambogia e lo stato ufficialmente riconosciuto del Vietnam, si rivolse sempre più agli Stati Uniti per la risoluzione della crisi indocinese, attraverso quelli che erano veri e propri appelli. Gli USA tuttavia erano (per il momento) disponibili solo a supporto logistico essendo le posizioni interventiste, rappresentate da Nixon, in minoranza al Congresso. Significativo del nuovo clima internazionale nel quale la Francia si trovò a combattere il fatto che dagli Stati Uniti venne proposto il “prestito” di due bombe atomiche, offerta rifiutata dal presidente francese Bidault.

Trovatisi immersi nella crociata anticomunista, travolti dallo shock dovuto alla sconfitta, gli ufficiali francesi si misero a studiare le cause che avevano portato a tale disastroso esito. L’esercito francese era nettamente più e meglio equipaggiato dei suoi nemici, ma allora perchè aveva perso? Vennero analizzate le tattiche di guerriglia usate dal Vietminh, vennero studiate le teorie di Mao sulla “guerra fra le masse”, dando particolare attenzione all’importanza del lato psicologico della guerra: era nata un’ élite intellettuale di ufficiali sostenitori della “guerra rivoluzionaria”.

Ma ovviamente una guerra rivoluzionaria da applicare in chiave anticomunista, conoscendo la guerriglia per fare controguerriglia. In un mondo cambiato le vecchie tattiche militari proprie di eserciti regolari non servivano più, crescevano i sostenirori del terrore come arma, della guerra politica e dell’uso della paura delle popolazioni al servizio di interessi superiori. Le nuove tecniche vennero applicate durante la guerra d’Algeria, dove reduci dall’Indocina fondarono l’O.A.S. (Organisation de l’armèe sécrete), una vera e propria organizzazione paramilitare. I “colonnelli rivoluzionari” non riuscirono tuttavia a portare dalla loro parte l’intero corpo ufficiale dell’esercito, ma furono abbastanza forti da tentare un golpe nel 1958, accusando De Gaulle di essere al servizio degli interessi capitalisti americani, e di voler costruire un armamento atomico a scapito di un “esercito rivoluzionario”.

Nel frattempo, infatti, tra le loro file era sempre più emersa un’ideologia anticapitalista, come avvenne agli albori di fascismo e nazismo, sconfinante negli ambigui territori del “toccarsi degli estremi”. Ma se De Gaulle sventò il tentato colpo di stato del 1958, ed uno su scala ridotta nel 1961, resta il fatto che le teorie della guerriglia applicate in chiave anticomunista furono purtroppo parte integrante di una strategia stragista che  insaguinò i decenni successivi.

Il Pakistan e gli interessi contrastanti, storia di un’implosione

La rececentissima campagna elettorale pakistana si è chiusa nel sangue e nella violenza, possibile triste presagio del futuro che aspetta il paese. In campo ci sono tensioni fortissime, gravitanti intorno alla guerra afghana ed ai possibili scenari futuri, compreso il rapporto di Islamabad con gli Stati Uniti. Un rapporto ambiguo, tra alleanza e conflitto, che rischia di far letteralmente esplodere il paese. Ad un’élite pro-USA si contrappongono infatti sentimenti antistatunitensi sempre più forti.

La componente pashtun, la stessa dei talibani, controlla di fatto il confine tra Pakistan ed Afghanistan ed è ormai in rotta con il potere centrale. La minoranza pashtun è quindi l’elemento fondamentale del mosaico pakistano, da sempre alleata con i talibani afghani, a loro volta sostenuti dai servizi segreti pakistani, l’ISI, ossia gli artefici del “doppio gioco” del Pakistan durante la guerra in Afghanistan. Formalmente alleato degli Stati Uniti, nonostante un progressivo peggioramento de rapporti, il Pakistan ha di fatto sostenuto i nemici degli americani con un dissidio crescente tra militari, servizi segreti e governo centrale. Verso gli islamisti radicali Islamabad ha una politica ambigua: sostenuti quando agiscono fuori dai confini e repressi quando si occupano di questioni pakistane.

Ma sia USA che Pakistan hanno bisogno dei talibani. Washington vede un loro coinvolgimento nella vita politica pakistana favorevolmente, con uno sguardo rivolto all’Afghanistan. Gli Stati Uniti, anche di fronte alla debolezza del governo di Kabul da loro sostenuto, stanno infatti sempre più guardando ai talibani come ai garanti di una futura stabilità nel paese afghano. Dal suo canto Islamabad ritiene fondamentale un rapporto positivo con i talibani per evitare che in Afghanistan si formi un governo nemico, ed il grande timore risiede in una dirigenza afghana filo-indiana, che significherebbe di fatto un accerchiamento. Uno dei grandi temi dello scontro elettorale è infatti stata la discussione su chi ha bisogno di chi; gli USA hanno bisogno del Pakistan o viceversa?

Pakistan e India sono quindi in competizione per la scalata del potere in Afghanistan, e non è una competizione da poco tra due storici nemici. L’India, sempre più lontana dagli Stati Uniti, ha interesse ad avvicinarsi all’Unione Eurasiatica patrocinata da Mosca. Ma per farlo deve passare per l’Afghanistan, che in ogni caso non vuole sia a guida pakistana, oppure servirsi dell’Iran aggirando cosiì il Pakistan. Questo non piace agli USA, che stanno tentando in tutti i modi di riavvicinarsi a New Delhi anche attraverso concessioni economiche, ma piace ancora meno la possibilità che l’India si riavvicini al Pakistan, per esempio attraverso la partecipazione al gasdotto IPI (Iran – Pakistan – India), cosa che sembra stia avvenendo.  Alla Russia guarda anche Islamabad, collaborando inoltre con la Cina nel campo della ricerca nuclerare. Lo stesso campo che ha frenato l’india dall’allentare eccessivamente i rapporti con gli Stati Uniti.

In conclusione il Pakistan sta vivendo un momento difficilissimo, dove tensioni interne ed internazionali si sommano rischiando di precipitare il paese nel caos. Un caos al quale molti sono interessati, ma che soprattutto rischia di dividere creando una frammentazione sociale e politica i cui esiti non sono prevedibili.

http://networkedblogs.com/KmdVX

http://www.geopolitica-rivista.org/21396/limportanza-dellaccordo-di-libero-scambio-tra-lindia-e-lunione-eurasiatica/

http://www.eastasiaforum.org/2013/04/25/india-and-pakistan-compete-for-influence-in-afghanistan/

http://www.geopolitica-rivista.org/21380/il-pakistan-e-il-dialogo-con-i-talebani-progressi-in-vista-nel-rapporto-con-gli-usa/

 

Cina ed India, alleanza o conflitto?

Si sono recentemente chiusi a Durban, in Sudafrica, i lavori del quinto incontro tra i cinque paesi che costituiscono il gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina ed appunto Sudafrica). Nonostante il convegno sia stato giudicato abbastanza infruttuoso dai media occidentali, gli incontri a latere sono stati motivo di grande interesse, come le dichiarazioni del presidente cinese, Xi Jinping, e del primo ministro indiano, Manmohan Singh, che hanno illustrato alla stampa come i due paesi abbiano intenzione di collaborare sempre più strettamente.

Cina ed India sono divise da diverse questioni, prima tra tutte quelle territoriali sfociate in passato (1962) in un vero e proprio conflitto armato concluso con una schiacciante vittoria cinese; i confini del Arunanchal Pradesh e del Kashmir sono infatti oggetto di una contesa mai risolta. I due paesi hanno tutto l’interesse nel giungere ad una risoluzione della disputa in quanto alle prese con altri problemi più urgenti.

La Cina ha bisogno di “pacificare” i suoi confini occidentali, soprattutto dopo le dichiarazioni americane relative alla volontà statunitense di tornare ad avere un ruolo attivo in Asia. Pechino ha contese territoriali con praticamente tutti i suoi vicini, in particolare quelli affacciantesi sul Mar Cinese Meridionale; area nella quale anche l’India ha forti interessi. Se un eventuale egemonia cinese potrebbe impensierire New Delhi, resta il fatto che una presenza americana potrebbe rendere più complicato il trovare un equlibrio attraverso accordi bilaterali.

Il “problema americano” tocca anche gli interessi indiani. L’embargo imposto dagli Stati Uniti verso l’Iran sta infatti danneggiando l’economia indiana, che proprio nella Repubblica Islamica ha un importante fornitore energetico. L’India finora non ha messo in discussione i rapporti con gli Stati Uniti per non mettere a repentaglio la collaborazione nelle ricerche sul nucleare, ma sembra che le cose stiano cambiando. Inoltre l’India sta vivendo un rallentamento della crescita economica e di crisi politica, con l’arretramento dei due partiti storici: il BJP (Bharatiya Janata Party), ed il Partito del Congresso. Questa crisi potrebbe togliere stabilità alla tradizionale politica estera indiana, assegnante il ruolo di “nemico” ora al Pakistan ora alla Cina, ma premurandosi di non avere mai conflitti aperti contemporaneamente sui due fronti.

L’India sta in ogni caso guardando anche ad ovest, con la volontà di ritornare a collaborare con Iran e Pakistan per la realizzazione del gasdotto IPI (Iran – Pakistan – India), da sempre osteggiato dagli USA che invece sponsorizzano il TAPI (Turkmenistan – Afghanistan – Pakistan – India). Sempre ad ovest guarda anche la Cina che stringe relazioni con il Pakistan, sia per quanto riguarda il campo della ricerca nucleare, che attraverso un prestito di 500 milioni di dollari per la realizzazione proprio del gasdotto IPI. La Cina inoltre è entrata in possesso, per cinque anni, del porto pakistano di Gwadar, importante snodo tra Asia Meridionale, Asia Centrale e Medio Oriente. Tuttavia l’instabilità pakistana sta suscitando discussioni tra le autorità cinesi sulla convenienza di tali investimenti.

India e Cina quindi sono destinate ad avere delle relazioni sempre più connesse, basate su sottili equlibri tra vantaggi e svantaggi, dove le questioni interne potrebbero influenzare le politiche estere dei due paesi. E non sembra un caso che, durante una visita ufficiale di autorità kazake in India, certa stampa indiana abbia indicato che New Delhi avrebbe invitato la repubblica centroasiatica a raggiungere il progetto TAPI, con una implicita funzione anticinese. Il governo kazako ha poi smentito tali affermazioni dichiarando tuttavia, in forma abbastanza generica, che India, Asia Centrale ed Asia Meridionale dovranno in futuro essere sempre più unite.

http://www.eastasiaforum.org/2013/03/24/chinas-strategic-interests-in-pakistans-port-at-gwadar/

http://www.chinadaily.com.cn/china/2013-03/28/content_16353210.htm

http://networkedblogs.com/K5dY1

http://www.naturalgasasia.com/kazakhstan-denies-it-is-joining-tapi-pipeline

http://networkedblogs.com/JZdKu

 

Cina e Stati Uniti, prove tecniche di alleanza

La recente crisi nordcoreana, di fatto scomparsa dai mezzi di informazione, ha messo in luce quello che sarà uno degli elementi chiave della geopolitica prossima ventura, ossia il rapporto tra Stati Uniti e Cina. La collaborazione di Pechino in quella che potremmo definire una “crisi permanente” ha probabilmente scongiurato un’escalation dagli esiti difficilmente prevedibili.Cina e Stati Uniti hanno tutto l’interesse a trovare forme di coabitazione nella regione Asia-Pacifico, che entrambe le superpotenze ritengono di primario interesse nella loro politica internazionale. Il governo statunitense, anche a seguito dei tagli al budget militare, ha dichiarato di volersi concentrare, la cosidetta “teoria del pivot”,  su quella che è un’area fondamentale per lo sviluppo economico mondiale; inutile aggiungere che questa presa di posizione americana non ha per nulla incontrato il favore delle autorità cinesi.

Tuttavia più che ad uno scontro i due paesi sono interessati a trovare degli strumenti di collaborazione, le cui basi recenti sono state gettate nel corso della visita ufficiale negli USA fatta da Xi Jinping – allora ancora vice presidente – nel febbraio del 2012, in occasione del quarantesimo anniversario della visita di Richard Nixon in Cina. Lo scopo del viaggio dell’odierno presidente cinese era incrementare i rapporti di cooperazione tra Stati Uniti e Cina, favorendo allo stesso tempo la conoscenza reciproca e facendo sì che gli aspetti ideologici avessero sempre meno peso nelle relazioni tra i due paesi. In quell’occasione venne messo in risalto il carattere commerciale di tali relazioni, e, significativamente, Xi Jinping incontrò anche il Segretario al Tesoro di allora, Henry Paulson.

Oggi invece la cooperazione tra Washington e Pechino assume un carattere sempre più militare, come dimostrato dalla recente visita a Pechino del generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore dell’esercito americano. Dempsey ha incontrato Fan Changlong, vice presidente della commissione militare del partito comunista cinese, e Chang Wanquan, ministo della difesa nazionale. Le dichiarazioni ufficiali hanno reso noto come, nonostante alcuni elementi di disaccordo quali la vendita statunitense di armi a Taiwan, la presenza di navi ed aerei americani in zone cinesi di sfruttamento economico eslcusivo e la legislazione statunitense che limita la cooperazione militare con Pechino, alla fine si sia giunti alla decisione di intraprendere operazioni militari congiunte, finalizzate alla lotta anti-pirateria nel golfo di Aden ed alla gestione di calamità naturali.

Chang Wanquan, diventato ministro e consigliere strategico di stato quasi a sorpresa, vanta un profilo di altissimo livello: la sua carriera si è costruita nel comando della zona che comprende la difficile area dello Xinjiang, oggetto di profondo interesse da parte della compagnia petrolifera SINOPEC; Chang è inoltre il probabile ispiratore del Libro Bianco della Difesa, pubblicato lo scorso 15 aprile, che cambia rotta rispetto alle linee guida precedenti e che sottolinea i “pericoli crescenti nel mondo, individuati in rinnovate forme di interventismo e di egemonismo”.  Pechino conferma così il suo rifiuto ad un ruolo egemonico mondiale, con il quale è sempre più spesso costretta a fare i conti, come in Africa, a spese della sua tradizionale volontà di non intervento nelle politiche interne di paesi terzi.

Stati Uniti e Cina stanno inoltre discutendo per trovare un accordo in merito alla cyber sicurezza, tentando di porre fine alle accuse reciproche di spionaggio industriale e cyber terrorismo, venendo quindi a creare un nuovo asse che potrebbe alterare gli equilibri di una questione finora discussa presso gli organismi internazionali, come le Nazioni Unite, ed alla quale risulta molto interessata la Russia. Pechino e Washington sono dunque anche in questo campo impegnate nella ricerca di un superamento delle divisioni ideologiche, favorendo invece l’interdipendenza economica.

L’interesse cinese nel non assumere posizioni egemoniche in campo internazionale sembra incontrare l’interesse opposto statunitense, ossia quello di non perdere il ruolo di paese-guida. Nel caso in cui un accordo in tal senso si trovasse, Russia ed Unione Europea non è detto ne traggano vantaggio.

 

http://www.eastasiaforum.org/2013/04/13/conflict-between-china-and-the-us-is-not-inevitable/

http://www.chinadaily.com.cn/china/2013-04/24/content_16441665.htm

http://www.eurasia-rivista.org/la-nuova-dottrina-difensiva-cinese-poche-parole-ma-chiare/19258/

http://www.naturalgasasia.com/sinopec-to-establish-coal-to-gas-output-base-in-xinjiang

http://www.eastasiaforum.org/2013/04/10/the-united-states-and-china-talk-internet-security-and-the-global-economy/

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